L'arte di correre male

Ho trovato un bellissimo articolo in inglese sulla gioia di correre senza obiettivi agonistici, ma solo per se stessi, e ho deciso di tradurlo, molto liberamente, in italiano. Penso che ne valga la pena.

The Art of (bad) running

“È mia profonda convinzione che ogni tipo di persona dovrebbe avere almeno una cosa che non è capace di fare.

Idealmente, è un’attività in cui non hai talento, in cui non eccelli, e che fai per il puro gusto di farla.

“Non esiste un runner cattivo”, dice un mio amico, che è un ottimo runner.

Io, con tutto il cuore, dissento. I cattivi runner esistono, lo so bene, visto che io sono tra questi.

Prima di tutto, le mie gambe sono troppo corte. Non sto offendendo le mie gambe, è solo un fatto. Quelle lunghe, flessuose estremità da gazzella… beh, non ce l’ho in dotazione.

In generale, zampetto come una tartaruga moderatamente atletica.

Può darsi che la tartaruga di Esopo abbia superato la lepre, ma io non sono quel tipo di tartaruga.

A volte alterno scatti a passeggiate, il che in un certo senso è soddisfacente. Non è diverso dagli alti e bassi della vita, i trionfi e le cadute: alla fine, resti sempre nella media.

La parte più importante del mio esercizio fisico non è il passo, né i progressi. Tutto gira intorno a un punto: non giudicarmi.

La corsa prende una parte rilevante del mio tempo da sola, ma a differenza del tempo che passo stando in doccia e guardando il vuoto (anch’esso a suo modo importante), questa è una solitudine con uno scenario.

Non è passiva: sto andando da qualche parte! Sto facendo qualcosa!

È sia meditativa che produttiva.

Come scrive Haruki Murakami, “Quando corro non dove parlare con nessuno e non devo ascoltare nessuno”.

Tutto quello che faccio è continuare a correre nel mio confortevole nulla fatto in casa, nel mio nostalgico silenzio privato. Ed è una cosa bellissima.

E poi c’è la musica, sempre.

La colonna sonora nasconde il mio respiro affannato e mi porta ingannevolmente a pensare che non sono stanco.

Se ho bisogno di catarsi, cerco qualcosa che mi dia sensazioni con la S maiuscola (correre con gli occhiali da sole, ho scoperto, è sempre una buona idea, nel caso che una lacrimuccia errante scivoli dagli occhi).

La maggior parte del tempo, però, la musica ha ritmi alti ed è ugualmente imbarazzante.

Ho una morbosa paura che incontrerò la mia fine mentre corro, e il mio epitaffio reciterà “nei suoi ultimi momenti lei stava ascoltando un remix elettronico di una canzone orribile”.

Devo metterlo agli atti: ascolto quella roba solo quando corro.

Ma attenzione: c’è una cosa che amo ancora di più di correre male, ed è gareggiare male.

Se gareggi male, non vuoi vincere, hai solo due obiettivi: 1. Correre, 2. Non morire.

Quando ti iscrivi a una gara, che sia una maratona o a un percorso breve, ti viene dato un numero.

Dal momento in cui te lo appunti addosso, cominci a fuggire da te stesso.

Sei come un cavallo, o forse un salmone molto competitivo.

Diventi tutt’uno con la folla, un punto sul GPS, una piccola palla di fango nel grande schema delle cose.

Ma sei una piccola palla gloriosa. E questo è tutto.

Avendo vissuto a New York per quasi sedici anni, qualche volta dimentico di avere uno sguardo complessivo.

Vedo solo quello che ho di fronte: il ratto in metropolitana, la pozzanghera che sto per calpestare.

Al contrario, nelle corse urbane, di quartiere in quartiere, superando ponti e attraversando parchi, correndo proprio nel mezzo di una strada chiusa al traffico, mi sento come in un episodio molto dinamico di “Questa è la tua vita”.

Ecco il mio primo appartamento. A sinistra vedo l’edificio dove mi hanno dato il mio primo vero lavoro. Quella è la panchina dove un piccione si posò sulla testa di un ragazzo che avevo appena conosciuto, proprio mentre provava a baciarmi.

Laggiù c’è la statua che la mia famiglia vide la prima volta che arrivarono in America.

Ed ecco… lì, in lontananza, ci sono le Torri, che sorsero e caddero e sorsero ancora.

Questo è il posto dove sono diventata chi sono

Quando sto correndo, tutto intorno a te cresce e poi rimpicciolisce e scompare mentre continuo ad andare avanti.

Non è un problema quanto tutto ciò succeda velocemente o lentamente, né di quale strada decidi di imboccare. Tutto quello che conta è continuare ad andare, un piede dopo l’altro.

Il running, come molte altre attività, se le guardi abbastanza da vicino, è una rappresentazione in piccolo della vita.

A volte la gara passerà nel tempo di un battito di ciglia, a volte ti sembrerà infinita. Ogni tanto dovrai camminare, e probabilmente ti accorgerai che un bambino ti ha appena superato. Ma ti perdonerai per tutto questo.

A un certo punto, inciamperai sulla linea del traguardo, dove verrai decorata con un abito fatto di carta stagnola, se è inverno, o riceverai un (molto meno eroico) ghiacciolo se è estate.

Ti pavoneggerai, anche se zoppicando vistosamente, e scricchiolerai a ogni passo addobbata con quel curioso capo di vestiario che ti farà sentire come un curioso ibrido tra un dio Greco e un pollo di rosticceria avvolto nell’alluminio.

Il tuo cuore batterà un po’ più forte.

Joseph Campbell disse: “La gente dice che cerchiamo un significato nella vita. Io non credo che sia quello che cerchiamo davvero. Penso che cerchiamo l’esperienza di essere vivi”.

Ecco perché corro. Nel momento della corsa non sono più Caroline, una persona con tante preoccupazioni. Non sono Carolina, una persona piena di stress. No.

Sono la runner 23106, un essere umano che respira, suda e prova sensazioni. Io sono, semplicemente, viva“.

Caroline Donofrio

Liberamente tradotto da Michele Mingrone

Link all’articolo originale in inglese

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