Running blind: una storia straordinaria

Niente è scontato. Nemmeno pensare che una persona che perde la vista non possa più correre da sola all’aperto. Questa storia incredibile ce lo dimostra.

Simon Wheacroft a soli 11 anni scopre di avere un grave problema.

Si chiama Retinite Pigmentosa, ed è una malattia genetica rara, che lo porta a una perdita di vista progressiva e inarrestabile. A 27 anni è completamente cieco.

Tra le tante, sofferte rinunce che la sua condizione gli presenta, c’è la possibilità di correre liberamente, da solo, per le strade della sua città.

Un bel giorno, Simon, forse per una sorta di protesta contro la sua condizione sfortunata, decide di provare a farlo di nuovo, benché tutti ritengano che sia un desiderio del tutto impossibile da realizzare.

Così, ricomincia a correre, all’insaputa della moglie per non farla preoccupare troppo, convinto che l’impossibile non esista, se non nella nostra mente.

Presa la decisione, inizia piano, facendo dei giri del parco dietro casa, prima pochi passi lenti, poi più sicuri. Un passo dietro l’altro, come ogni grande impresa.

I doni della memoria

Per molto tempo corre in luoghi tranquilli, isolati, in piano, senza ostacoli di nessun tipo, per abituarsi a liberarsi della paura di andare a sbattere contro qualcosa o qualcuno.

In seguito, si avventura nelle strade aperte, nel traffico, memorizzando via via ogni curva, ogni angolo, ogni potenziale rischio.

Si affida agli altri: lui non vede le auto, ma loro sì.

L’unico aiuto, e la chiave dei suoi primi successi, è la memoria: fotografare in mente ogni dettaglio del percorso, ogni crepa sotto i piedi, ogni ostacolo, fino a renderlo perfettamente “visibile”.

Improvvisamente, le strade del mondo sono di nuovo alla sua portata. Si tratta solo di studiare e memorizzare.

Certo, a volte Simon cade, e una volta viene anche investito da un furgone: le fasi iniziali sono le più rischiose.

Col tempo però impara a minimizzare il rischio e addirittura a riconoscere con i piedi le variazioni di spessore delle strisce di vernice gialla a bordo strada, in modo da non superarle.

Dalla strada di casa al deserto…

Dopo quel difficile inizio, Simon ha continuato a correre da solo, a volte allenandosi con gli amici.

Ha partecipato a corse fianco a fianco con dei compagni che gli descrivevano il percorso facendogli presente ogni ostacolo, roccia o pericolo imminente.

Questo è il modo in cui normalmente i runner non vedenti operano, per esempio correndogli davanti con dei segnali acustici (per esempio campanelle).

Un altro aiuto, decisivo, è stata la possibilità di affidarsi a dei software appositi.

In questo modo, Simon ha potuto partecipare alla Maratona di New York e poi alla Boston-New York.

Il tempo è passato, e nel 2016 Simon ha partecipato a una Ultramaratona di 250 chilometri nel deserto della Namibia. Da solo, senza linea telefonica, senza wi-fi, né nessuno ad aiutarlo.

Un solo aiutante: un’app offline sviluppata appositamente da lui con IBM per risolvere il suo problema.

Funziona così: stabilito il percorso e la posizione di Simon su di esso, l’app gli segnala con dei “beep” acustici ogni momento in cui si avvicina al bordo del sentiero, con toni diversi che significano “troppo a destra”, “troppo a sinistra” e così via.

…dal deserto alla folla

L’esperimento in Namibia è riuscito… al di là di un piccolo incidente, che Simon ha preso in modo scherzoso: andare a sbattere con quella che ha definito “la sola asta di bandiera in tutto il deserto”!

Certo, tutto ha funzionato, ma sarebbe bastato un piccolo imprevisto per mettere Simon in un sacco di guai.

Quello che ancora mancava nell’app era la capacità di riconoscere ed evitare gli oggetti (per esempio le rocce, ma anche gli altri runner). Un problema difficilmente risolvibile, a cui Simon stava pensando.

Fino a quel momento, il deserto della Namibia paradossalmente era stato certo più facile da affrontare (al netto delle rocce… e dei leoni) rispetto a un’affollata maratona cittadina.

Simon pensava che una soluzione potesse essere una sorta di cintura o altro capo d’abbigliamento che creasse differenti vibrazioni indicando la posizione di ogni ostacolo o persona intorno a lui.

L’obiettivo che si era posto era correre la Maratona di New York del 2017 completamente da solo, usando la tecnologia della realtà aumentata…. E ce l’ha fatta.

In che modo? Allenamento, memoria, dedizione e tecnologia.

In più, Simon indossa un paio di occhiali speciali che inviano a un assistente immagini di quello che ha di fronte al suo campo visivo.

L’assistente gli può così dire in tempo reale come muoversi in caso di situazioni impreviste.

Il futuro è da scoprire

La battaglia di Simon, nata per superare la noia e il disagio di allenarsi solo tra le pareti domestiche, non riguarda solo lui: è universale, e coinvolge tutti i non vedenti del mondo.

Il suo esempio ha permesso di capire che le nuove tecnologie possono aprire possibilità che fino a qualche anno fa sarebbero state del tutto inconcepibili, rendendo più semplice e più appagante la vita di chi ha perso la vista.

La sua ostinazione è diventata una ragione di speranza per tantissimi che sono nelle sue stesse condizioni o che hanno altre malattie invalidanti, facendo capire che la volontà, il desiderio e la creatività sono molle potentissime, in grado di superare i limiti che il nostro stesso destino sembra imporci.

Niente male, per quel ragazzino di 11 anni che si era ritrovato alle prese con problema molto più grave del previsto.

Alle prossime conquiste, Simon: il limite è il cielo!

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Fonti di riferimento

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